Editorialisti

05 Settembre 2018

Quel che ci insegna la morte di Marchionne

share Vito Sinopoli

È trascorso ormai un mese e mezzo dalla scomparsa di Sergio Marchionne, e molto è stato detto su di lui e su quel che il suo operato ha significato per la Fiat e per – certi versi – anche per l’Italia. È stato scritto di tutto, anche troppo, su fatti e antefatti della sua malattia, su quel che la sua morte comporta in termini finanziari, economici, strategici, di immagine. Temo però che non sia stata affrontata la sostanza profonda di quel che la sua roboante dipartita a furor di media globali, comporti in termini simbolici. Perché quando degli eventi accadono in modo così plateale e traumatico, hanno sempre un insegnamento da lasciare. Che può essere anche diverso da individuo a individuo. A me, per esempio, le notizie sulla sua malattia e sulla sua morte hanno fatto ricordare (perché lo so già, solo che faccio fatica a tenerlo a mente…) la fragilità della nostra vita. Mi ha ricordato di come la vita debba essere un crescendo, non quell’agitarsi a fasi alterne proprio di chi pensa di essere in tutto e per tutto artefice del proprio destino. No, non è così. Certo, molto dipende da noi, la gran parte dipende da noi, ma non tutto. E, spesso, sono le cose più importanti a non chiedere il nostro permesso per accaderci.
Questo vale per la vita come per il lavoro. Dove occorre certo esercitare la volontà e l’intelligenza, investire le proprie risorse umane e (per gli imprenditori) anche finanziarie, impegnarsi nella scelta e nella crescita di collaboratori che condividano una visione comune, ma poi… Poi c’è dell’altro a scendere sul terreno di gioco, ed è ciò che non dipende da noi. Come il prospettarsi delle opportunità da cogliere (vedi l’esempio di Chrysler), e quanto sta accadendo nel nostro Paese con le spinte migratorie; come le pretese dei lamentosi e di chi sa solo difendere le proprie rendite di posizione, e l’ingordigia degli speculatori perennemente in agguato. In breve, come il peso degli incapaci e la voracità dei rapaci.
Di fronte a tutto questo, credo che l’esempio di Marchionne – da vivo come adesso da morto – sia che spetti a noi imprenditori, a noi manager, lavorare sempre meglio per far crescere e prosperare le condizioni affinché all’interno della nostra società e delle nostre aziende prevalga il merito; quello di chi considera il proprio lavoro anche una missione, quello di chi non teme il rischio, quello di chi non si ferma davanti agli ostacoli fisici, psicologici, commerciali. E per farlo sono convinto che bisogna essere predisposti al cambiamento, avere la capacità di tenere sempre aperte le porte – reali e mentali – per far entrare aria nuova, e consentirci così di respirare. Certo è un rischio, qualunque cosa – anche negativa – potrebbe transitare, ma sono profondamente convinto che solo così si può cambiare l’aria stagnante dello status quo.

Vito Sinopoli

Nato a: Rho (MI) il 15/03/1964.

In Editoriale Duesse da: sempre.

Esperto in: NIENTE.

Quando non scrive su Business People si occupa di: sto con i miei ragazzi, leggo fumetti, vado al cinema, sento musica e vedo gente.

Cosa gli piace: mia moglie, correre, frequentare mostre e musei, la musica black.

Non ama: i moralisti, i giornalisti tromboni, i reality, i logorroici.

Il film rivisto più volte: IL PADRINO.

L'artista musicale preferito: Stevie Wonder e David Bowie.

Il libro: le lettere di Berlicche (CS Lewis)


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